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Vanity Fair n. 7/2012 del 22/02/2012


Sono malato e la sposerò. La sclerosi multipla e le nozze obbligate: “Perché abbia quello che abbiamo costruito, quando non ci sarò più” - Addio, angelo, Whitney Houston

Cara Mina, nel Web ho trovato un paio di tue interviste nelle quali hai usato la parola “frocio”. Voglio chiedere perché per me è importante: l’artista che amo è omofoba? In ogni caso, con affetto, Sara

Ma stai scherzando? Ho chiamato chi si occupa del mio sito e conosce tutto quello che c’è in Rete, per avere il conforto della sua testimonianza. E infatti, ecco cosa mi ha risposto: “Mai nella vita. Al massimo, al massimo potrai aver sostenuto gli omosessuali dicendo qualcosa come "... quando invece di gay li chiamavano froci" oppure "quando usava il “dagli al frocio" o giù di lì. Ma escludo che tu l'abbia usata in altro senso . Leggono e capiscono quello che gli pare. O meglio, quello che riescono a capire. Ti mettono in bocca le loro torsioni mentali. Che fastidio. E poi, se sono interviste, risalgono a tanto di quel tempo fa in cui "frocio" non lo usavano nemmeno i carrettieri. E c'era pure la censura. Tu, nei tuoi editoriali, hai anche fin troppo difeso la falange. Che la signorina documenti la pagina che ha letto, piuttosto. Baci, Lele”. Eh sì, cara Sara, Lele ha un po’ di dente avvelenato. Io di più.




L'amore per sempre

Per oltre 12 anni, ho vissuto con lei quasi ogni giorno in quello che è più di un banale matrimonio. Ogni sera mi dispiaccio del fatto che ci sia un giorno di meno, anche se non escludo di trovarla anche di là. Se un matrimonio è “nella gioia e nel dolore, in ricchezza e in povertà, in salute e malattia” (la mia devastante sclerosi multipla), il nostro è completo come nessun altro. Adesso la sposerò davvero, anche se non era nei nostri piani, ma perché quando finirò in ospedale possa entrare tranquilla senza che un coglione attento alle forme glielo impedisca o per poterle lasciare quello che abbiamo costruito insieme, quando me ne andrò. La sposerò e farò festa, perché è lei che voglio, ma sentirò il sapore amaro del fatto di essere costretto. La sposerò e sarò felice, ma dovrò cercare di dimenticare che qualcuno mi obbliga. Grazie, Pierluca

Carissimo Pierluca, credevo che la musica fosse cambiata. Mi sembrava inaccettabilmente, impossibilmente preistorico, quello che mi racconti. Mi è tornata in mente la storia di una mia amica che, dopo aver lavorato e costruito una vita con il proprio uomo col quale non era sposata, all’atto, già abbastanza devastante, della perdita si è trovata di fronte un muro di ”affettuosi “parenti di lui che l’hanno letteralmente buttata fuori, lasciandola senza casa (che avevano comprato insieme), senza lavoro (che avevano inventato e fatto crescere insieme) e senza la possibilità di difendersi. Ripeto, credevo che la musica fosse cambiata. Ma tu mi dici di no. Ecco, credo che sia una legge barbara e spietata. Possibile che a nessuno venga voglia di metterci le mani? Ti abbraccio, Pierluca e farò festa insieme a voi.




Svizzera, con meno tasse

Che delusione: in Svizzera meno tasse e più interessi. F.

Questa non l’ho capita. Forse volevi dire il contrario, vero? Il “paradiso fiscale” non esiste più, almeno qui. Forse parlavi di Montecarlo, ma no, impossibile. Là non ci sono meno tasse. Non ce ne sono affatto, per chi è residente. Allora di cosa parlavi? Cos’era, una battuta? Boh…




Mi sono perso nel buio

Mi aiuti, perché non so a chi chiedere aiuto, perché non ho nessuno cui chiederlo. Mi dica qualcosa, mi parli, racconti come si fa ad alzarsi con un desiderio, un progetto, la voglia di vivere. Mi sono perso, semplicemente. Vivo una mascherata, ma mi sento morire dentro, perché a me? Come possiamo vedere oltre la siepe, nel buio? 
 Flavio

Dolcissimo Flavio, calma, non ti spaventare. Succede a molti di avere una visione pessimistica, esattamente come la tua. E le considerazioni sono le stesse. Bisogna avere la forza di attraversare questo momento senza crogiolarcisi dentro. Passerà, deve passare. Ci sarà pure qualcosa o qualcuno che ti suscita un sorriso. Ecco, parti da lì. Parti da chi ti vuol bene. Parti dalla tua sensibilità, che credo molto acuta. Abbi pietà di te stesso e concediti un po’ di ottimismo. Forza. Ti mando un bacio.




Addio, angelo

Speciale Whitney Houston

Se ne vanno, vogliono andarsene. Un’altra tragedia, un’altra assurdità, un’altra assenza, un altro mistero. Non voglio sapere perché Whitney Houston è morta. Non ho voglia di legare, un’altra volta, un grande talento musicale a storie di droga. L’equazione “maledetta” che associa successo a fragilità, arte a depressione, applausi a farmaci continua a perseguitare un mondo che, solamente in apparenza, contiene solo privilegi. Non fatemelo sapere, per favore, se fosse veramente così. Me la voglio tenere nella memoria come la vedo io: lunga, bellissima, brava oltre ogni misura. So poco della sua vita. E tutto della sua musica. Un angelo che canta in quel modo avrebbe meritato quello che ormai sembrerebbe un “premio” irraggiungibile: una esistenza consapevole, una vita felice. Lei ha veramente inventato un modo di cantare, per niente facile, che tutti hanno tentato di imitare. È diventata il termine di paragone. La cartina di tornasole. Il modello. L’inarrivabilità. E, come mi capita in casi come questo, non posso fare a meno di pensare a dove va a finire il talento di una persona quando questa persona smette di essere nella forma che conosciamo. Ma non è questo che conta. Se ne è andata. Non so, aveva figli? Speriamo di no. Dieci anni fa circa si era sparsa la voce della sua morte. Non era vero. Whitney Houston aveva ancora da vivere per sé e per noi. Se questa volta non ci saranno smentite, avrà smesso la sua vita e la sua sofferenza, e noi ci terremo caro ciò che ci ha lasciato.




Speciale C’È Mina Per Voi del 15 febbraio , 2012 Odio quelle sfolgoranti giornate di sole

Signora Mazzini, sono suo fan, e studiando canto non posso che condividere con lei questo amore per la musica. Oltre a questo, posso dire di avere in comune con lei anche la passione della lettura. Poi, improvvisamente, leggendo una sua intervista del 1978, ecco le testuali parole: “La natura non mi fa niente, già un albero mi innervosisce”. Sono rimasto basito: la pensa ancora così? E se sì, perché? Cordiali saluti, Simone (e il cemento che lo circonda)

Non ricordo di aver detto esattamente quelle parole, ma il concetto mi assomiglia. Come diceva il mio grande amico Giorgio Gaber, che manca anche a chi non se ne rende conto, “La natura va presa a piccole dosi”. Vedi, quando, rarissimamente, esco di casa ho la sensazione netta di disagio, di malessere. Come se si aprisse una enorme bocca e mi urlasse contro. Solo quando piove esco volentieri, addirittura sorrido, pensa te. Anche quando c’è molto vento amo andare in giro. Come se l’acqua e il vento mi riparassero da quelle sfolgoranti giornate di sole che mi fanno orrore. Già soffro di fotofobia e non ci sono occhiali abbastanza neri… Come sto, dottore? Mica bene, vero?




Speciale C’È Mina Per Voi del 17 febbraio , 2012 Vi siete ispirati ad Anunnaki?

Salve Signora Mina, nel suo ultimo disco, Piccolino, lei è rappresentata con il cranio allungato come un Anunnaki: extraterreste che, secondo le tavolette sumere, ha creato la nostra specie. Il signor Mauro Biglino si è reso conto, traducendo in maniera letterale l’Antico testamento, che la storia raccontata è diversissima da quella che ci hanno detto finora. Il Dio del Vecchio testamento è una persona senza dubbio “fisica” e soprattutto chiaramente non è di questo pianeta: usava oggetti reali e solidi per spostarsi volando e via di seguito. Per questo le chiedo se le immagini del suo disco sono casuali o rispecchiano un suo interessamento verso questi studi così particolari. Ivan

Non ne ho parlato con Gianni Ronco, autore della cover. Può darsi che volontariamente si sia riferito a Anunnaki. Ma può anche essere che l’avesse nella memoria e l’abbia trasferito su carta senza rendersi conto che il riferimento fosse proprio quello. Non so. Adesso lo chiamo e glielo chiedo. Ciao Ivan.




Speciale Vanity C’È Mina Per Voi del 20 febbraio , 2012 Tu sei l’amante “virtuale” di mio marito

Cara Mina, nella mia gioventù mio marito mi ha corteggiata cantando le sue canzoni. All’epoca vivevamo in Albania, (siamo albanesi) era un’epoca che le canzoni straniere erano proibite. Invece lui le conosceva e le cantava. Siamo venuti in Italia. All’improvviso un giorno, dalla stampa ho saputo la data del suo compleanno, ho comprato una torta e a ora di pranzo ho detto: «Oggi festeggiamo il compleanno dell’“amante” del vostro padre». È stata una festa bellissima. Cordiali saluti, Liljana

Beh, ma che meraviglia. Grazie. Sei una persona fantasiosa e brillante. Bella l’idea, manca solo un aggettivo: alla parola amante andava aggiunto “virtuale”. Non si sa mai. Tra le infinite cose che non conosco si aggiunge il fatto di non sapere che in Albania erano vietate le canzoni straniere. Mi sembra una grande idiozia. Ma la musica passa, per fortuna. La musica non la fermi alla dogana. E per citare Fossati che adoro «… viaggia senza passaporto… ti penetra nei muri ti fa breccia nella porta,
 ma in fondo viene a dirti che la tua anima non è morta…» Ciao Liljana, ti mando un bacio.




Speciale Vanity C’È Mina Per Voi del 21 febbraio , 2012 Sei poi tornata al lido paterno?

Cara Mina, ho ritrovato, per caso, una rivista dell’11 febbraio 1960. Quella settimana c’era la rubrica “Filo diretto con Mina”, dove una lettera ti chiede dei tuoi studi di ragioneria interrotti e di tuo padre industriale della colla. Mi colpisce una frase della tua risposta: «L’unica cosa che non escludo è che sia io stessa a tornare al lido paterno, di mia spontanea volontà, il giorno in cui tutto questo mondo, per ora ancora abbastanza nuovo, e originale, mi sarà giunto a 
noia. Ma per ora questo momento sembra lontano». Non so, trovo affascinante questo pezzetto di vita lontana e ho voluto condividerlo con te. Un saluto da Ravenna, Claudia

Non ho memoria di quell’occasione, di quella rubrica, di quella domanda. Ti rispondo, cara Claudia, perché non mi dispiace e non mi impaurisce ricordare la mia testa di allora. Mi riesce accettabile reinterpretare parole dette o pensieri fatti in un tempo preliminare alla quantità di vita che mi sarebbe capitato di vivere. Alla luce di ciò che sono oggi, o almeno mi sembra di essere, quella dichiarazione aveva le ragioni classiche della speranza. Un lavoro che cominciava, la fiducia che il “mondo” fosse realmente attraente nella sua originalità, la convinzione di dovergli dedicare tanto e per tanto tempo. Non riesco a decifrare che cosa intendessi per “lido paterno” su cui riapprodare. In realtà sono andata nel mondo, ma senza mai allontanarmi più di qualche centimetro dal perno familiare, indipendentemente dalle generazioni coinvolte. Probabilmente ho cominciato a sbugiardare il pensiero di quell’intervista appena smesso di parlare. Eppure non ero in malafede nelle mie aspettative.




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