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La Stampa n. 16.01.2011

La favola che va a canestro

Questa è una storia che sembra non finire male e possiede una strana dolcezza. Gloria, polvere, abisso e finalmente aria pulita. Solitamente ci vergogniamo di farci piacere una buona emozione.

Troppo spesso i miracolini, alla Frank Capra per intenderci, non raggiungono gli «onori» della cronaca per lasciare le luci della ribalta alle sconcezze, alle tristezze, agli orrori, alle inutilità. I fatti: Gary Cole, alias Abdul Qadir Jeelani, stabiliva, a cavallo tra gli Anni 70 e gli 80, dall’alto dei suoi due metri e zero sette, record impressionanti nel basket italiano, statunitense e spagnolo. La media di più di 31 punti a partita in un campionato, 47 punti in quattro partite in un unico campionato Nba, sfilze di rimbalzi da brivido. Mogli e divorzi. Poi un lavoro senza splendori. Infine debiti, disoccupazione, sprofondo, degrado. Stato di «senza tetto» come culmine della vita che gli si nascondeva, per inghiottirlo nell’anonimato e nell’assenza di diritti.

Il percorso dell’esistenza, intesa come dignità di ogni uomo ad essere sempre riconoscibile, si interrompe.

Ma ecco che, per caso, si accende un lumino in fondo al buio, fatto di ricordi, di riconoscenza, di rispetto di memorie incrociate.

La luce si avvicina progressivamente, sostenuta dalla generosità di uno solo, all’inizio, educato a pensare ai destini sfortunati e capace, immediatamente dopo, di contagiare molti al sostegno della riscossa.

Viene soddisfatto quel tanto di complessa burocrazia che garantisce il ripristino della continuità civile. Un rimpatrio nel mondo, un sorriso catartico, alcuni abbracci quasi esagerati come solo l’incredulità e lo stupore per le resurrezioni impongono e meritano. Il gigante torna a riprendersi l’onore e gli onori. Insegnerà ai ragazzi i segreti del «ciuf» e le movenze della «mano di Maometto». L’applauso rispettoso si fa fragoroso e convinto. Il mondo sportivo, più di altri consessi, riesce a esprimere il senso della possibile rivincita, della disfatta controvertibile, della «zona Cesarini» come opportunità e non come agonia. Sarà perché gli almanacchi, le figurine Panini, un vecchio tifoso come un reduce, un’emozione collettiva rintracciabile nel tempo, un autografo appeso in un bar, prima di tutto impediscono l’oblio e, quasi di conseguenza, ammettono la favola dell’eternità. La morte metaforica o reale, per una volta, indietreggia di fronte alla consistenza del mito.



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