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Illustrazioni
















































MINA immagine disegnata
MINA immagine disegnata
Mina nelle immagini di Gianni Ronco, anche qui continuamente soggetto per invenzioni, per immancabili sorprese, sorprese alle quali lei stessa ci ha abituato, ci ha reso assuefatti fin dall’inizio, fin dalle prime apparizioni. Mina regina della mobilità. Ne fu testimone, agli esordi, l’argento vivo delle sue acconciature, dei suoi mille modi di reinterpretarsi. Eccola, giovanissima, che gioca, gioca ridisegnandosi di continuo con le sue pettinature pazzesche.
“Oh, quanti bei capelli Madama Doré” (o Dorè, a seconda della pronuncia regionale irrinunciabilmente aperta o chiusa della vocale “e”). La Madama Doré-Dorè in questione, naturalmente, anche lei, come Salomè e le altre trasvolate fisiognomiche, è sempre lei: la Mina 1994, perfetta Madame Canarino Mannaro. E’ una stupenda favorita “barocca” con acconciatura da fare invidia a tutte le uccelliere delle regge fine cinquecento, del primo e secondo seicento e del settecento ancora rococò e perfino all’inverosimile Caterina di Russia della Dietrich e di Von Sternberg in quell’invenzione del Kitsch che fu, nel 1934 il delirante, visionario, sensualmente torrido “L’imperatrice Caterina” la quale potremmo aspettarci sentir comandare “la voglio anch’io” indicando la coiffure con dentro la gabbia con dentro il bel giovine imprigionato dentro nessun capo d’abbigliamento che Nostra Signora Della Musica inalbera sulla copertina del suo disco. E Mina, per come porta l’acconciatura farebbe invidia anche a quelle dame che nel 700 quelle “fantasie” le indossavano davvero. “Oh, quanti bei capelli!…”.
Tanti quanto poco lunghi e foltissimi erano quelli che componevano il caschetto a carciofino rovesciato, un po’ da Pinocchio e un po’ da Lucignolo, un pochino “etoile du varieté-varietà”, un po’ tanto “Bonjour tristesse - ragazza mia… cos’è mai il rock!?…”, che la “ragazza alta dalle scapole magre” la sera tra il 1° e il due dicembre 1958, signor commissario, lo giuro, aveva scelto come “taglio-sono giovane- e sto a mio agio così” per la sua primissima apparizione ufficiale non dilettantistica in pubblico al festival di voci nuove “Sei giorni della canzone”: “La prima volta di Mina”. Ah, signori miei!…. a esserci stati!
La volta dopo l’avremmo probabilmente riconosciuta soltanto dalla voce visto che la Mina, più veloce della luce, si sa, mentre il direttore dell’orchestra non aveva ancora fatto in tempo a battere quattro per la riproposta del motivo vincente di quella “serata della prima volta”, aveva già cambiato “pet-ti-na-tu-ra”. E, va detto, potete controllare, migliorato il canto. Di già? Di già.
La Mina, come sempre, si sorpassa da sola, (gli altri, per saggezza? per infingardaggine? per prudenza? per dolori muscolari? hanno smesso subito di provarci) poi si raggiunge e si risorpassa. Senza mai arrancare, ma avanzandole, anzi, a questa “pigra” ragazza, qualche energia dal misterioso carburante, esclusivo, evidentemente, delle funamboliche pigre ragazze della provincia sonnolenta. Mentre le “rigeneratrici di materassi”(da ogni termine regionale tradotte in italiano “materassaie”) girano ancora casa per casa ai primi di settembre per “rifare i materassi quelli buoni, ma buoni buoni” e in uno stanzone, su grandi teli bianchi “scapecchiano” la lana, la Mina,chissà, passando di fretta davanti all’uscio, le guarda lavorare incuriosita e, appena cresciuti i capelli del caschetto, si pettina pari pari come quei ciuffi di lana, a ciocche, come fiocchi arruffati e cotonati, probabilmente perché diventino morbide nuvole sulle quali si possano cullare i sogni degli appassionati del rock. “Sa, in fondo, nel cuore di questi rockettari c’ è un romanticismo, signora…”. Mina, già reginetta del juke-box, dell’urlo, e ora del “tutto suo” reinventato melodico, è anche, definitivamente, a 21 anni, “regina dello scarduffo”.
E’ il 1961, Franca Valeri, cotonata ebano mechata argento, in una scena di quella meraviglia del disincanto che è “Parigi o cara” commenta a un tratto: “questa gioventù c’ha ‘na ggenerazione che nun se règge…” provenendo dalla scena precedente in cui aveva un’ altra pettinatura, un altro colore di capelli così come nella successiva avrà un’ ulteriore nuova pettinatura e un altro colore di capelli.
La Mina di più. Più tagli, lunghi, corti, longuette, all’infuori, all’indentro e colori, castano, castano dorato, castano ramato, castano pallido, meches sì, meches no, meches ancora, meches basta, basta non stare mai fermi. E lei, la sua generazione la “regge” benissimo. Nel senso che si “reggono” perfettamente, a vicenda; estendo: a lei piace la sua generazione e alla sua generazione piace lei. Così, come ai belli della compagnia si dice “invidiato dagli uomini, amato dalle donne”, di Mina si dice “amata dai ragazzi, e dalle ragazze… pure”
A Sanremo non fa in tempo a fare “Bbllll..” passandosi le punte delle dita sulle labbra per attaccare il ritornello delle “Mille bolle blu”, che già piovono telefonate notturne delle più fortunate che hanno amici parrucchieri ai loro amici parrucchieri per prenotarsi l’indomani mattina presto a farsi fare la pettinaura “Bolle blu”: cotonata tipo “Croque en bouche-zucchero filato”, via! tutti i capelli da una parte come da improvviso “tifone coiffeur”, con arrivo a lato guancia, località vicinanze orecchio, per raccogliersi in un ricciolo che buono buono, fermo lì al suo posto, fa ben capire che senza il sedativo “lacca”in dosi massicce avrebbe fatto tutti i capricci del mondo: del mondo di Mina e dei suoi coetanei, si intende, qui rockettari che però, che cosa starà succedendo? si inoltrano sempre più nel terreno ad uso placide escursioni familiari , si credeva, che è la melodia. Io amo, tu ami. Però io mi cotono anche.
E mi travesto, appena posso. Eccola, la prova, signor giudice, i “Ca-ro-sel-li!”, sì, i “Caroselli” ideati da lei nei quali è tutte le dive e tutte le pettinature della storia dello spettacolo, dall’Ottocento di Lina Cavalieri, alla vaporosamente bionda Marilyn Monroe (inimmaginabile e insospettabile), ad una Josephine Baker con in testa un sorta di torre babilonese, al rosso atomico di Gilda-Rita Hayworth passando per le teste pavonate piene di piume delle fatalissime dive del varietà, del tabarin, dee di quei paradisi di voluttà con acconciature piene di asprì, bandò, garçonnes e riccioli tirabaci.
Non si sa quante e quante capigliature devono passare - forse si potrebbero quantificare contando le settimane - per arrivare a quella bellezza di palcoscenico illuminato che si rivela essere il viso di Mina attraverso le due ali di un sipario corvino foltissimo di capelli lunghi che, diviso in due al centro del capo, in due fluenti bande si allunga, serrandole, giù sulle gote, giù un po’ oltre le spalle: “toreri di tutte le plazas de toros fermatevi, non è vostra sorella, né la vostra fidanzata, cosa avete capito? E’la più sensazionale cantante italiana, di Cremona”. Dopo “Un americano a New York”, una cremonese a Madrid.
“Ahi, mi encantadora!”.
Sono gli anni ‘63-’64, di “Città vuota”, “E’ l’uomo per me”, “Un anno d’amore”, E se domani”, della Mina che si è “fatta donna”.
Sono gli anni ‘65-’66, della Mina esclusiva, sontuosa “padrona di casa” del sabato sera televisivo tutto per lei, regina in “falpalà”, sempre secondo Franca Valeri che se non è nel cast dei suoi programmi, come in uno Studio Uno, è spesso sua ospite.
E… zàc. Eccoci al caschetto, taglio breve, geometrico, facilmente nascondibile sotto le inaudite parrucche-pettinature corredo di inaudite toilettes, quelle, si capisce, ideate da Piero Gherardi per un’altra famosa serie di caroselli. Ali di gabbiano spiccano il volo dalla nuca libera sul collo affusolato, Erinni tentacolari fuggono indietro dalla fronte altera, severa, vele dorato-cenere si spiegano sottili al vento, a volte potremmo aspettarci di vedere Laocoonti annodarsi in seriche sottili spirali, in interminabili lingue laccate di un guardingo camaleonte chilometrico, antenne sottilisime di esilarati coleotteri. “Solamente?”. Anche di più: Mina! Docile al trucco, al costume, al pettine, Mina, terreno fecondo per lo sviluppo di ogni idea, diventa lo sviluppo di una quantità smisurata di idee. Ed eccola pettinata in ogni modo possibile e immaginabile nella “Canzonissima” del ’68 in cui lei balla, praticamente immobile, cantando sempre al centro di uno sciame di ballerini e ballerine, adesso ragazza anni quaranta, adesso pupa del gangster, adesso bella calabrisella, adesso “signorina grandi firme” cambiando rigorosamente pettinatura ad ogni inquadratura. Per le serate nei locali di tutta Italia, in quegli anni, il caschetto è ancora la soluzione ideale, svelta e risolutiva, per una giovane donna che, in fondo, diciamolo, lavora molto.
Ma…“Che giorno è oggi? Giovedi? Basta con i tagli netti di queste forbici!”. I capelli si allungano in un fluire di una chioma liscia di un biondo morbido in un alternarsi meno convulso di “pieghe” e “fogge” fino alle volute ricche della soluzione “Amor mio”, cascata di riccioli come un trionfale “bouquet” sui mini abiti delle tournées teatrali degli inverni ‘69-‘70-‘71, per arrivare al liscio ramato leggero di “Teatro 10” del ‘72 e al corto sofisticato riccioluto biondo chiaro di “Milleluci” ’74.
A questo punto Mina e le sue acconciature sembra deciso debbano appartenere soltanto a Mina. “Ma sarà vero? Speriamo di no! Eppure sembra proprio così. Speriamo che ci ripensi. Ci ripenserà?”. La caccia a Mina e alle sue pettinature è ancora aperta. Mina sembra immobilizzarsi – sembra - in un’unica posizione, come a volersi difendere diffondendo in una apparente immobilità una sola unica immagine di sé. Per quale motivo?
I soliti bene informati - che abbiano ragione? – dicono che probabilmente è per lasciare libera l’attenzione su “una sola” parte di sé, mobilissima: la sua voce.
di Lele Cerri ©